venerdì 20 aprile 2018

Historia de la Copa Amèrica- 3a puntata

di Vincenzo Paliotto
1935-1947: la fantastica nazionale argentina
Vicente De La Mata
La lenta ripresa. La finale della Coppa Rimet del 1930, giocata a Montevideo e vinta dall’Uruguay, aveva lasciato i suoi evidenti strascichi. Gli argentini battuti in finale avevano avuto da ridire e non poco con gli uruguagi e si rifiutarono di scendere in campo per la Copa Amèrica. Per cui la successiva edizione si disputò soltanto nel 1935 a Lima. L’Uruguay però vinse ancora una volta, prevalendo nello scontro decisivo sui cugini per 3-0.  Ad ogni modo, si giocò nuovamente nel 1937 e questa volta l’Argentina si prese la sua bella rivincita in una vittoria finale molto faticosa per l’intrusione del Brasile, per molto tempo lontano dal podio. A Boedo l’Argentina superò di misura l’Uruguay, ma doveva giocare una gara di spareggio proprio contro gli auriverdi. In 80.000 questa volta gremirono il Gasometro e la contesa fu risolta dal giovanissimo De La Mata, che militava nel piccolo Central Cordoba di Rosario. Il giovane attaccante siglò una doppietta nei supplementari, dopo aver rilevato all’84’ Varallo. Il cileno Toro del Santiago Wanderers con 7 gol fu il capocannoniere, ma la festa degli argentini fu grande.
 
Teodoro Fernandez
Te lo dò io il Perù. Jack Greenwell era un inglese a cui piacevano le sfide. Ed infatti è stato l’unico allenatore europeo che è andato a vincere la Copa Amèrica dall’altra parte del mondo e per giunta non con una squadra favoritissima. Nel 1939, infatti, a Lima il successo finale arrise ad una squadra nuova, il Perù forte di numerosi talenti. Greenwell era stato prima giocatore e poi allenatore del Barcellona, sulla cui panchina stette seduto per ben 7 anni consecutivi, un record eguagliato soltanto da Cruyff. Poi sbarcò a Lima all’Universitario e poi fu scelto per la nazionale andina. La squadra peruviana ottenne l’affermazione decisiva, superando per 2-1 l’Uruguay. Jorge Alcalde dello Sport Boys aprì le marcature, raddoppiate poco più tardi da Bielich del Deportivo Municipal, prima che la Celeste accorciasse definitivamente le distanze. Il gran protagonista fu però Teodoro Fernandez, capocannoniere con 7 gol, che fece anche grande la storia dell’Universitario Lima. Nella storia della Copa Amèrica è 3° tra i cannonieri di sempre con 15 gol. Dai tifosi peruviani era soprannominato El canonero, per la sua forza nel tiro in porta ed infatti vinse 7 volte il titolo di cannoniere in patria. Giocò sempre con l’Universitario, nonostante avesse ricevuto tantissime offerte in particolar modo dall’Argentina. Il povero Bielich, invece, morì prematuramente in un incidente stradale.
La cinquina di Marvezzi e Enrique Garcia. Nel ’41 l’Argentina si affermò scavalcando in classifica l’Uruguay con gol decisivo di Sastre. Juan Marvezzi del Tigre segnò 5 gol nel 6-1 all’Ecuador. Primato detenuto quello di più gol segnati in una partita con Scarone, l’altro argentino Josè Manuel Moreno ed il brasiliano Evaristo, che nel ’57 rifilò il pokerissimo nel 9-0 alla malcapitata Colombia. Nel ’42 tornò al titolo l’Uruguay, battendo gli argentini di misura con Zapirain. L’edizione giocata a Montevideo fu caratterizzata dal punteggio più roboante nella storia della manifestazione. L’Argentina, infatti, superò l’Ecuador per 12-0, con pokerissimo di Moreno, poker di Masantonio e quindi Garcia, Pedernera e Petrucca.

Il tris argentino. Tra il 1945 ed il 1947 l’Argentina calò uno dei tris più avvincenti nella storia del campionato sudamericano. La Selecciòn dominò letteralmente la Copa Amèrica come mai gli era capitato prima e che anzi era capitato soltanto all’Uruguay. Gli argentini si affermarono in tre edizioni consecutive senza perdere mai un match, ma anzi affidandosi a grandi ed immensi campioni.  Nel ’45 l’Argentina cominciò andando a vincere a Santiago del Cile, nell’immensità dell’Estadio Nacional. Nello scontro decisivo gli argentini batterono con un sonoro 3-1 il Brasile, grazie ad una tripletta di Norberto Tucho Mendez, gran cannoniere dell’Huracan di Buenos Aires. Ma l’Argentina poteva contare su un attacco atomico, in cui giocava anche Mario Boyè del Boca Juniors, ma che avrebbe poi giocato nel Genoa, Pontoni e Martino del San Lorenzo, Loustau del River Plate, mentre De La Mata era passato all’Independiente. Mendez vinse la classifica dei cannonieri con 6 reti insieme al brasiliano Heleno de Freitas, attaccante del Botafogo. Un puntero dalla finta ammaliante. Si diceva però che cadevano ai suoi piedi sia i difensori avversari che le donne. Morì in assoluta povertà. Nel ’46 l’Argentina riesce a fare ancora meglio, vincendo la Copa Amèrica a Buenos Aires, questa volta vincendo 5 incontri su 5. La squadra è affidata ancora una volta al CT Guillermo Stabile, capocannoniere della prima Coppa Rimet, che in Italia giocò nel Genoa e che è ancora il Commissario Tecnico con il maggior numero di vittorie nella Copa Amèrica, addirittura ben 6. Nell’incontro decisivo ancora Mendez stese con una doppietta il Brasile. La partita fu contrassegnata dal contorno di scontri che non avevano nulla da invidiare al pugilato tra i giocatori in campo. La rissa si scatenò dopo un durissimo contrasto tra Salomon e Chico, in cui il primo ne uscì con la frattura della gamba. Nel ’47, invece, l’Argentina completò il tris a Guayaquil in Ecuador, trovando un avversario inedito nel Paraguay. Assente il Brasile e sotto tono l’Uruguay. Nelle file dell’Argentina si distinse e si laureò campione anche il giovane Alfredo Di Stefano, che aveva vinto il titolo di capocannoniere con il River Plate. Fu quella però la sua unica esperienza con la Selecciòn. Avrebbe infatti in seguito giocato con la Colombia e con la Spagna. Ma in tutto il Sud America fu un vero idolo. 

lunedì 16 aprile 2018

I Derby d'Italia, le rivalità del calcio italiano

I Derby d’Italia rappresenta un viaggio ideale attraverso le grandi e mai sopite rivalità del calcio nostrano. Il punto di partenza imprescindibile resta quello delle stracittadine, passando poi per le grandi classiche fino ad arrivare ai sentitissimi derby provinciali e regionali. E’ un lungo percorso trasversale nelle pagine sia di gloria che buie del calcio italiano, sfruttando la lente d’ingrandimento delle rivalità, a volte di natura campanilistica, spesso anche di origine politica e nella maggior parte dei casi semplicemente calcistica. E’ il calcio italiano quello vero, del tifo, delle storie, degli aneddoti e soprattutto vissuto nella quotidianità dei suoi tifosi. Un lungo racconto di rivalità e di derby di ogni genere, che ripercorre in qualche modo la storia del nostro calcio, ma anche quello dello stesso football come fattore storico e sociale. I Derby d’Italia inoltre va a completare una trilogia di volumi più volte annunciata dallo stesso autore dopo Football Rivalries poi nella nuova versione di Football Fans e Clàsicos.

http://www.urbone.eu/obchod/derby-d-italia-le-rivalit%C3%A0-del-calcio-italiano 

mercoledì 11 aprile 2018

Historia de la Copa Amèrica- 2a puntata

Andrade, la Maravilla Negra
1924-1929: Il dominio dell’Uruguay
Negli Anni Venti anche la Copa Amèrica continuò la logica celebrazione della Celeste, la fantastica nazionale uruguagia che in verità con il suo gioco e la sua grinta dominò anche nel resto del mondo. In quella decade, infatti, l’Uruguay vinse la Coppa Rimet nel 1930 proprio a Montevideo, due volte le Olimpiadi nel 1924 e nel 1928 tra Parigi ed Amsterdam, e per 4 volte la stessa Copa Amèrica. Gli uruguagi si rivelarono uno spettacolo anche e soprattutto per coloro che non li avevano mai visti giocare prima, a cominciare dagli spettatori nei paesi europei.
Andrade, la maravilla negra. Dopo aver vinto la Medaglia d’oro alle Olimpiadi parigine, nel novembre del 1924 l’Uruguay si aggiudicò anche la Copa Amèrica, con un punto in più dell’Argentina, fermata a sorpresa dal Paraguay. Pedro Petrone con 4 reti fu ancora il capocannoniere della manifestazione. La stella maggiore della squadra era tuttavia pur sempre Josè Leandro Andrade, detto la Maravilla negra. Stupì gli europei per la sua grande raffinatezza nel gioco e la sua stessa velocità, ma anche per la sua grande consistenza a centrocampo. I tifosi francesi si innamorarono di lui e per la prima volta videro eseguire magnificamente quella che era tecnicamente denominata la “veronica”. Vinse tutto con l’Uruguay, mentre militò sia nel Penarol che nel Nacional di Montevideo. Fu di colore dunque la prima stella mondiale del calcio e questo rappresentò un fatto decisamente significativo. Dopo tanta gloria, finì i suoi giorni nella miseria assoluta. A Parigi gli uruguagi in una gara amichevole si fecero vedere apposta abbastanza impacciati dagli osservatori jugoslavi. Poi quando li affrontarono nel primo turno li strabatterono per 7-0. Il pubblico di Parigi si entusiasmò a vederli giocare e presenziò in buon numero ad ogni partita dell’Uruguay.
David Arellano
L’eterna sfida Argentina-Uruguay. Nel 1925 vinse l’Argentina su Brasile e Paraguay, in quanto l’Uruguay era assente ed oberato da numerosi impegni agonistici. Nel 1926, infatti, a Santiago del Cile la Copa Amèrica ritornò nella mani dell’Uruguay. La Celeste vinse tutte le partite, in un torneo che per la prima volta allineava ai nastri di partenza cinque squadre, compresa la debuttante e disastrata Bolivia, che beccò ben 24 gol, segnandone appena 2. In tre diventarono capocannonieri del torneo con 6 reti: il cileno Subiabre, e gli uruguagi Scarone e Castro. Quest’ultimo segnò anche contro l’Argentina ed era detto il monco, perché aveva perso una mano quando lavorava come falegname. Hector Scarone continuò ad essere l’anima vera della squadra a suon di gol. Aveva un tiro precisissimo, che affinò nei dettagli in lunghi allenamenti, in cui si esercitava a colpire bottiglie di vino vuote da una distanza di trenta metri. David Arellano fu tra i protagonisti non vincenti di quegli anni in Copa Amèrica. L’attaccante cileno del Colo Colo era uno dei migliori esecutori della rovesciata volante, la “chilena”. Che prese questo nome in quanto il primo ad eseguirla fu Ramòn Unzaga a Talcahuano. Poi a diffonderla in tutto il mondo fu lo sfortunato campione del Colo Colo. Sfortunato in quanto Arellano morì sul campo in un incidente di gioco, scontrandosi con un difensore spagnolo del Valladolid. Il Colo Colo, infatti, era in tourneè in Europa. Tuttavia, esiste una lunga controversia in merito a  chi avrebbe inventato la rovesciata. Eduardo Galeano sostenne la tesi cilena, Vargas Llosa invece aveva testimonianze che la stessa fosse stata eseguita per la prima volta in Perù. Poi saltarono fuori anche rivendicazioni brasiliane. Tutti in Sudamerica vorrebbero attribuirsi l’invenzione della rovesciata volante.

Forza Argentina. Ad ogni modo, il decennio si chiuse con due affermazioni argentine nel 1927 a Lima e nel 1929 a Buenos Aires, che rinfrancarono le ambizioni della Selecciòn. Nel 1927 si giocò per la prima volta in Perù, all’Estadio Nacional di Lima con le tribune in legno. Ma la manifestazione richiamò un gran pubblico. Mentre l’edizione del 1928 venne posticipata al 1929 per le Olimpiadi di Amsterdam, che videro l’Uruguay proprio prevalere in finale sui cugini argentini. L’edizione del ’29 si disputò a Buenos Aires con l’affermazione sontuosa dei padroni di casa. Nolo Ferreyra dell’Estudiantes de La Plata fu tra gli uomini di punta della Selecciòn. Inventò il paso doble, che fece innamorare tutti gli argentini. L’Argentina piegò gli avversari di sempre dell’Uruguay per 2-0 nello stadio del San Lorenzo de Almagro, dinanzi a 60.000 spettatori. I gol furono di Ferreyra e di Mario Evaristo, che giocava per lo Sportivo Palermo. Aurelio Gonzalez del Paraguay fu capocannoniere con 5 gol. Giocava nell’Olimpia Asunciòn.

mercoledì 4 aprile 2018

Historia de la Copa America- 1a puntata

 
Isabelino Gradin, il primo campione di colore
Gli europei, con gli inglesi indiscutibilmente in testa, furono gli inventori del calcio. Ad ogni modo i sudamericani il fùtbol seppero sublimarlo e portarlo ad un livello di popolarità probabilmente prima degli altri, dandogli contorni non soltanto leggendari, ma in molti casi anche poetici e romantici. La letteratura latinoamericana tra Eduardo Galeano, Vargas Llosa, Osvaldo Soriano, Fontanarosa e Luìs Sepùlveda ha celebrato il mondo del calcio in maniera quasi celestiale. In Sudamerica il calcio è quasi un fattore religioso, un termine di competizione quasi estremo.  Non a caso nel 1916, quando in Europa d’altro canto si combatteva la Prima Guerra Mondiale, in America Latina si disputava già la prima Copa Amèrica, la prima manifestazione continentale per squadre nazionali. La felice intuizione portava la firma dell’uruguagio Hector Rivadavia Gomez, che con i colleghi cileni, argentini e brasiliani fondò anche la COMNEBOL, la federazione calcistica del sud America. In realtà la Copa Amèrica nacque anche sull’onda della secolare rivalità tra argentini ed uruguagi, che in termini calcistici trovava un terreno ancora più fertile. Dirigenti argentini e uruguagi crearono innumerevoli competizioni sia a livello di club sia di rappresentative per ribadire sempre e di più la loro supremazia rioplatense. La Copa Lipton, la Copa Dr. Ricardo Aldao, la Copa Ibarguren, la Copa Honor Cousenier, la Tie Cup Competition riempivano il calendario agonistico dei primi anni del ‘900, esaltando continuamente il grande dualismo calcistico tra Argentina ed Uruguay. La prima Copa giocata ad Avellaneda sul terreno del Racing fu ad appannaggio dell’Uruguay che sfruttò le marcature di Josè Piendibene, idolo del Penarol, e di Isabelino Gradin, il primo giocatore di colore a giocare per la Celeste, che vestiva la maglia anche del Penarol, ma nato nel River Plate di Montevideo e che fu il primo cannoniere del torneo con 3 reti. Agli argentini fu fatale il pareggio a reti inviolate contro il Brasile. Il successo di pubblico fu notevole. Nella prima gara in assoluto del torneo, Argentina-Cile 6-1 del 6 luglio 1916, erano presenti 18.000 spettatori. Quello di Gradin fu in qualche modo un doppio successo, in quanto si affermò con la sua nazionale e quindi portò nel mondo del calcio il colore nero della pelle. I cileni quasi si stavano rifiutando di giocare contro una squadra con qualche giocatore di colore, ma quel razzismo almeno in quel momento fu sconfitto.
 Il successo fu tale che l’anno successivo si passò immediatamente alla seconda edizione. Gli organizzatori decisero che sarebbe giocata ogni anno la Copa Amèrica, ruotando la sede ospitante per ogni edizione. A Montevideo vinse ancora l’Uruguay, superando di misura l’Argentina manco a dirlo con gol di un “mago”, Hector Scarone, che avrebbe giocato anche in Italia nel Palermo e nell’Inter. Angel Romano del Nacional fu capocannoniere con 4 gol.
 
Arthur Friedenreich, il primo a superare il muro dei 1.000 gol
Saltata l’edizione del 1918, nel ’19 si approdò in Brasile e gli auriverdi ottennero il primo importante successo della loro storia. L’affermazione fu propiziata da un eccezionale giocatore che non doveva neanche far parte della Selecao. Il Presidente-dittatore brasiliano Epitacio Pessoa, infatti, aveva proclamato un’imposizione di “assoluta bianchezza” (così che scrisse il grande Galeano), per cui i giocatori di colore non avrebbero dovuto far parte della Nazionale. Invece, Arthur Friedenreich, che era mulatto, in nazionale ci andò, in quanto prima di scendere in campo si  cospargeva il volto di crema di riso per “diventare” bianco. Divenne con 4 reti capocannoniere insieme a Neco e siglò anche il gol decisivo all’Uruguay al 122’, nella partita più lunga della Copa Amèrica che durò 150’. In carriera segnò più gol di Pelè, ben 1.329 per la precisione, giocando sempre da dilettante. Difese, infatti, i colori del plurivittorioso Paulistano, che poi sarebbe diventato Sao Paulo. Divenne famoso anche in Europa anche dopo una tournèe con il suo Paulistano nel Vecchio Continente.
 Nel ’20 il successo finale tornò all’Uruguay nella prima edizione giocata in Cile, a Vina del Mar. l’Uruguay umiliò il Brasile con un netto ed inequivocabile 6-0. Nel ’21 finalmente esordì nell’albo d’oro l’Argentina, che vinse la Copa a Buenos Aires. La Selecciòn vinse tutte e tre le partite. Il Paraguay scese per la prima volta in campo, mentre fu assente il Cile. Il mattatore fu Julio Libonatti, che segnò in tutti e tre i match e che militava a Rosario nel Newell’s Old Boys, la squadra detta dei lebbrosi. Mentre nell’edizione di Rio de Janeiro del ’22 il Brasile tornò a vincere, questa volta attraverso una gara di spareggio, sbarazzandosi per 3-0 della rivelazione Paraguay. Questa volta non segnò Friedenreich ma il suo compagno di squadra Formiga.

 Tuttavia, la grande padrona del continente continuava ad affermarsi l’Uruguay, che nel ’23 vinse ancora l’edizione casalinga. La Celeste superò nel confronto decisivo gli eterni rivali argentini. I gol furono di Pedro Petrone e Somma. Ormai stava consolidandosi dalle parti di Montevideo la squadra che avrebbe dominato non solo in Sud America, ma nel mondo.

sabato 3 marzo 2018

Cuando el F.C. Barcelona era el equipo del régimen franquista

finale Copa Generalissimo 1940 Barca-Athletic Bilbao
Il nostro lettore Miguel Dominguez Lopez ci regala un’altra chicca giornalistica assoluta, che senza dubbio ci sorprenderà. E cioè una ricostruzione storica di una presunta vicinanza del Barcellona al franchsimo
baluartedigital.com del 20 maggio 2016
Actualmente el F.C. Barcelona es uno de los pilares sociales del separatismo catalán. Durante los últimos años se nos ha querido ofrecer la historia del club a finales del franquismo, donde el Real Madrid era el equipo más laureado. Pero la realidad es que el régimen de Franco, en la época más autoritaria de los años 40, empezó a hacer favores personales a directivos y coincidió con los años en los que el club ganó más títulos. La relación del gobierno franquista con la directiva del F.C. Barcelona siempre fue más cordial que con la Junta de Santiago Bernabéu puesto que el propio Franco veía en D. Santiago Bernabéu a un “aprovechado del régimen”.
El club azulgrana, a diferencia de lo que se cree, siempre ha tenido diferentes sensibilidades políticas según se desprende de la propaganda generada por sus distintas Juntas Directivas. El club fue creado por Hans Gamper, un protestante republicano, masón y proseparatista e incluso tuvo de presidente al diputado de ERC en la segunda república, el separatista Josep Suñol.
Franco, al igual que Mussolini, Hitler o Stalin, nunca tuvo interés por los deportes de equipo pero era muy consciente de la utilidad propagandística que suponía tener el control de los clubes de futbol y, en especial, de un club con un pasado hispanofóbico que quedó demostrado el 14 de junio de 1925 cuando se pitó el himno español y se ovacionó el himno británico, enemigo histórico de España.
Dado el historial del club, el Bando Nacional decidió poner a miembros afines al régimen en la Junta Directiva, lo que supuso un giro político del club de 180 grados que se hizo realidad en dos fases. El gobierno franquista asignó, en primera instancia, a militares como Enrique Piñeyro o José Vendrell, quien destacó por su total desinterés por el mundo del fútbol. Por eso, en segunda instancia, el régimen decidió poner a Agustí Montal o Enric Martí, que se convirtieron en manos derechas de José Vendrell pero ya dedicados en pleno a la entidad.
Los años 40 y principios de los 50 fueron la época de mayor número de trofeos nacionales. El Futbol Club Barcelona destacó por encima del resto de equipos españoles a partir de 1947 ganando las ligas 1947-48, 1948-49, 1951-52 y 1952-53. En la mitad de ese periodo tuvo lugar el fichaje de Ladislao Kubala Stecz, que se convirtió en la piedra angular del “Barça de les 5 copes”, el equipo que arrasó tanto a nivel nacional como internacional desde el año 1951 al 1953.
Tanto el régimen como el Club se vieron beneficiados con la llegada de Kubala. El jugador húngaro de orígen eslovaco huyó del telón de acero comunista para afincarse en España donde se le concedió la nacionalidad y fue un estandarte propagandístico del régimen franquista por su lucha contra el comunismo.
Gracias a la llegada de Kubala y el espectacular equipo de los años 50, que contaba con Ramallets, Segarra, Basora, César, Moreno, Manchón, etc., el club catalán aumentó considerablemente su número de socios y espectadores, lo que motivó la construcción de un nuevo estadio porque el de las Corts ya no tenía capacidad para albergar a todos sus visitantes.
El presidente del Barcelona posterior a Enric Martí fue Francisco Miró-Sans, un militante de Falange Española Tradicionalista de las JONS que pidió un préstamo al Estado para el club y que le fue concedido por el Generalísimo personalmente.
El club también esperaba la venta de los terrenos del campo de les Corts para sufragar una parte de los costes del nuevo estadio pero el Ayuntamiento, regido por José María de Porcioles, se negó hasta el punto de hacer intervenir al propio Jefe del Estado para poder recalificar los terrenos, lo que supuso un mayor coste para el erario público. La afinidad de los dirigentes del Club con Franco aún era superior que con el alcalde de Barcelona, Jose María Porcioles.
Pero el club azulgrana tiene una espina clavada: el caso “Di Stefano”. En 1952 los ojeadores del F.C. Barcelona se interesaron por el jugador argentino, el Real Madrid hizo una contraoferta y la Federación Española de Futbol tomó una decisión arbitraria que hizo que el jugador cambiara de club cada año. El propio presidente del F.C. Barcelona, Enric Martí ,exclamó la mítica frase “que es quedin amb el pollastre” (que se queden con el pollo). Di Stefano tuvo sus años dorados con el Real Madrid y el F.C. Barcelona, al ver las victorias europeas con Di Stefano, siempre recurrió a la excusa de decir “fue una maniobra federativa orquestada por el franquismo” al mismo tiempo que acusaban al equipo blanco de “manipular la Copa de Europa”.
Franco se percató de que el Real Madrid era el nuevo estandarte internacional propagandístico de España mientras el anticomunismo de Kubala quedaba en segundo plano. Y, como visionario comercial del país, el General recicló su imagen enfocándola hacia el Real Madrid.
Las discrepancias de Franco con Santiago Bernabéu eran ocultadas por el interés común de imagen nacional. Franco veía en Santiago Bernabéu a una persona que se servía de su régimen para escalar internamente, dado que se había exiliado durante la guerra y no regresó hasta finales de 1938. Bernabéu siempre se consideró conservador y monárquico, algo que no estaba muy aceptado dentro de varios sectores del falangismo.
El 8 de febrero de 1973 hubo un gran cisma entre Bernabéu y el General Franco cuando el presidente blanco otorgó la Medalla de Oro del club a Moshé Dayán, oficial israelí de izquierdas y militante del MAPAI (Partido Laborista Isrealí) puesto que régimen de Franco no reconocía el Estado de Israel. También el entonces alcalde de Madrid, Arias Navarro, se negó a recalificar los terrenos que acogían el estadio de Chamartín y el propio Bernabéu acusó en repetidas ocasiones a Franco de ser más favorable al Atlético de Madrid y al F.C.Barcelona.
El club azulgrana galardonó a Franco con dos medallas, una en 1971 y otra en 1974, estando el Barcelona en pleno auge deportivo y siendo el mayor ganador de “Copas del Generalísimo”, 9 en total. El Real Madrid , sin embargo, ganó mayor número de Ligas españolas.
Aunque Franco aborrecía el fútbol, utilizó las diferentes entidades deportivas para la promoción nacional e internacional según sus necesidades. Pero teniendo a una directiva afín en el club azulgrana se aseguraba estabilidad y un cierto apoyo de algunos sectores de la burguesía catalana.



mercoledì 28 febbraio 2018

Llamamiento de La Franja Morada

 Il nostro lettore Miguel Dominguez Lopez, tifoso del Cornellìa e del Real Madrid, ci propone un articolo in lingua spagnola in cui il Real Madrid si scopre negli Anni Trenta non essere la squadra della destra e dei franchisti. Lo sarebbe in realtà l'Atletico Aviaciòn, cioè l'Atletico Madrid. Un fatto storico di una certa importanza.
 Se cumplen estos días 75 años de un hecho que casi nadie conmemorará. El club de fútbol por el que sentiría mayor simpatía la izquierda mundial era incautado entre el 2 y el 4 de agosto de 1936 por el Frente Popular a petición de sus socios. La Junta Directiva fue sustituida por un equipo presidido por Juan José Vallejo, en representación de la Federación Deportiva Obrera.
El diario Informaciones lo contaba como algo plenamente normal: “Un club democrático como el Madrid, con un plantel de socios netamente republicanos de izquierda, no podía temer nada. La Deportiva Obrera, que tiene un gran concepto de los principios deportivos, encontró justos los razonamientos de algunos socios, y juntos concibieron un plan que ha sido puesto en práctica y aprobado sin excepción alguna, por todos los sectores deportivos de Madrid. Reunidos socios del Madrid y directivos de la Federación Obrera acordaron designar un Comité directivo que sustituya a la actual Junta directiva. El citado Comité, nombrado ya, está integrado por dos directivos pertenecientes a la Federación Deportiva Obrera. Uno de ellos, era Juan José Vallejo”.
No había comenzado todavía el asedio de las tropas fascistas al Madrid del No pasarán. Durante los meses en que duró la resistencia de la ciudad Madrid era la referencia mundial del antifascismo y ello generó que su equipo, el Madrid CF, recibiera la simpatía de buena parte de la izquierda mundial. Eran varios los vínculos personales, emocionales y, desde agosto de 1936 orgánicos de aquel club de fútbol que generaban la simpatía de la izquierda. Además del Comité recién nombrado, el anterior presidente del Madrid CF había sido Rafael Sánchez-Guerra, político republicano que se presentó a las elecciones municipales de 1931 bajo la coalición republicano-socialista: fue condenado tras la derrota en la guerra a 30 años de prisión y en los 40 escapó a Francia donde fue ministro del gobierno de la República en el exilio. Simbólicamente, con la proclamación de la II República en 1931 el Madrid CF se quitó los rasgos monárquicos del nombre (dejando de ser “Real”) y del escudo (retirando la corona). Pero se hace algo más: del mismo modo que la bandera rojigualda sustituye una de sus franjas rojas por una morada castellana creando la bandera tricolor, el Madrid incorpora una franja morada a su escudo en 1931. Éste era el escudo del Madrid antes del 14 de abril de 1931:
La II República ha sido el periodo político en que más porcentaje de títulos ha ganado el Madrid logrando dos de las cinco ligas (40%) y dos de las cinco copas (40%). Si en algún momento histórico se puede decir que el Madrid fue el equipo del Régimen fue en la II República dado que sus presidentes, sus símbolos incluso su propiedad eran afines al régimen político e incluso los éxitos deportivos eran coherentes con la afinidad entre equipo y sistema político.
Por supuesto la dictadura de Franco hizo con el Madrid como con todo lo que le interesaba. Si el 1º de Mayo era reconvertido en San José Obrero y se celebraba con ejercicios gimnásticos y bailes florales, qué no habría de hacerse con un club de fútbol de la capital del Estado. Cierto que le costó, pues, hasta entrados los años 50 el Madrid no volvió a ganar nada. Desde 1939 la dictadura triunfante restituyó la simbología monárquica en el Madrid colocando una corona y llamándolo Real. Olvidaron que la franja morada del escudo se había colocado en 1931 con el mismo origen que la franja de la bandera tricolor republicana y se mantuvo ahí hasta el presente. Uno de los rasgos del franquismo fue la ignorancia y, del mismo modo que sobrevivieron calles como la del Doctor Esquerdo por desconocer que era conocido como conspirador republicano de inicios del siglo XX, la franja morada del escudo del Madrid se mantuvo como recuerdo del republicanismo del club.
¿Tiene todo esto alguna importancia? Seguramente ninguna más que para la memoria nostálgica o anecdótica. La gente de izquierdas que somos del Madrid no lo somos por motivos históricos ni políticos: como los de derechas, lo somos porque nuestra madre era del Madrid, o nuestro hermano mayor, porque cuando teníamos cinco años jugaba en el Madrid tal o cual jugador con el que se le caía la baba a uno o por el motivo irracional que sea. Sin embargo las derechas políticas han intentado apropiarse del imaginario ideológico asociado a los clubs de referencia. En Catalunya es obvio el intento patrimonializador por parte del nacionalismo conservador del FC Barcelona. Lo mismo ocurre en Euskadi, donde ante cualquier proceso electoral en el Athletic hay que preguntarse a quién apoya el PNV. Con el Madrid ocurre lo mismo con la diferencia de que la derecha española sigue sin querer romper drásticamente con la dictadura franquista. Ello hace que, a diferencia de lo que ocurre con otros clubs parece que quienes somos de izquierdas y del Madrid tratemos de no hablar de fútbol como si nuestro equipo supusiera una contradicción ideológica. La derecha españolista ha conseguido incorporar el madridismo a su simbología y eso no es del todo ineficaz en la generación de hegemonías culturales como resulta evidente si miramos el caso catalán.
Llegados a este punto un grupo de activistas de izquierdas madridistas hemos decidido salir del armario organizadamente. En los próximos meses iremos presentando el embrión de una asociación con vocación de peña madridista republicana llamada La franja morada. Desde hoy hasta el próximo 7 de noviembre, fecha en que conmemoraremos el 75 aniversario de la resistencia de Madrid al acoso fascista iremos presentando la propuesta que ya cuenta con una treintena de madridistas. Necesitaremos 50 personas con carné madridista (socio o simpatizante) para solicitar formalmente la creación de la peña. Con ello pretendemos en primer lugar pasárnoslo bien, que para eso concebimos el fútbol como una afición sin más importancia que la lúdica. Pero también hacer un favor a nuestro equipo ayudando a desvincularlo simbólicamente de lo más reaccionario de nuestro espectro ideológico y recuperarlo para el pluralismo político que reside en la afición madridista tanto como en cualquier otro espacio social. Por supuesto pediremos un deporte coherente con los valores democráticos, desmercantilizado, pediremos la recuperación del club para la afición y no como instrumento de grandes fortunas.
Todo ello lo haremos disfrutando y pasándolo bien. El fútbol es suficientemente importante como para tomárnoslo un poco más en broma.


sabato 17 febbraio 2018

La libertà è un colpo di tacco

di Vincenzo Paliotto
 La libertà è un colpo di tacco rappresenta allo stesso tempo un libro ed una di quelle storie che vorresti che non finissero mai. La ricuce e la costruisce in maniera magistrale Riccardo Lorenzetti, che celebra un esempio di democrazia nel calcio che costituisce qualcosa di unico e persino di irripetibile. L’autore ricostruisce in maniera romanzata ed appassionante la vicenda dei brasiliani del Corinthians, prestigiosa squadra del popolo di San Paolo del Brasile, che agli inizi degli Anni Ottanta intraprende l’esperienza vibrante ed emozionante della Democracia Corinthiana. In pratica tutti i tesserati del club partecipano con pari diritto di voto a tutte le scelte sia tecniche che societarie della vita della squadra, coinvolgendo anche Presidente e Direttore Sportivo ed ovviamente il tecnico Travaglini. I protagonisti sono più o meno quattro: l’arrembante fludificante Wladimir, il giovane centravanti Casagrande, l’elegante centrocampista Zenon ed il numero 8 della squadra, tale doutor Socrates, la cui specialità è proprio il colpo di tacco e che vanta anche studi universitari di non poco conto. 
 Lorenzetti ricostruisce questa storia snodando il racconto tra le vicende tra l’altro vincenti del Corinthians che vince due volte il Paulistao nel 1982 e nel 1983 e quelle di un giornale locale Il Cardellino, che ha il torto in quegli anni in cui il Brasile deve sottostare ad una feroce dittatura militare, di essere un giornale dei sindacalisti. Gente insomma che vorrebbe far rispettare i diritti dei lavoratori, ma che invece deve sottostare alla gogna dittatoriale, che ogni tanto chiude con la forza i battenti del giornale. Tuttavia, sulle colonne de Il Cardellino si cimenta un certo Alvaro Cunha, il migliore dei giornalisti sportivi, capace di raccontare come nessun altro le vicende del Timao, cioè il meraviglioso Corinthians.

 Il libro ricostruisce in maniera meravigliosa una delle vicende calcistiche più belle degli Anni Ottanta, dando spazio alle imprese calcistiche di quel Corinthians e del suo maggior alfiere quale Socrates e allo stesso tempo ricostruendo quella che era l’atmosfera sociale e della quotidianità del popolo brasiliano, estremamente povero economicamente e di diritti umani, ma così legato alle mirabilie del futebol, unica cosa sacra per gli stessi brasiliani.